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Diario
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28 febbraio 2012

La neve a Rocca Priora e gli anni '50



Vivo a Rocca Priora, che è il più alto dei Castelli Romani con i suoi763 metri slm. Le scorse settimane, all'arrivo dell'annunciata perturbazione siberiana, il piccolo paesino alle porte di Roma è stato sommerso dalla neve,un metro, anche un metro e mezzo. Gli alberi sono caduti sui fili della luce,un tubo della Doganella si è rotto per il ghiaccio. Il risultato è che è andata via l'elettricità in quasi tutto il paese, e buona parte dei cittadini è rimasta anche senz'acqua. La mia abitazione è rimasta senza corrente elettrica per sei giorni, e anche se al terzo giorno ci siamo comprati un generatore elettrico, vi assicuro che non è stato per niente facile. Senza corrente elettrica non c'è nessuna comodità, manca il riscaldamento (e con un metro di neve ghiacciata sul tetto, fra gli alberi e in tutto il comprensorio, la temperatura è più bassa di un frigorifero), manca la televisione, gli ipod si scaricano velocemente, gli specchi del bagno sono bui, manca internet, i film,fa buio molto presto e allora non si può leggere (altrimenti ti si abbassa la vista), scrivere e disegnare richiede uno sforzo superiore (ammesso che lo si sappia fare), è tutto spento e la casa diventa praticamente un semplice riparo. Il riparo chiaramente va cercato davanti al camino, tutti lì intorno, con piccole sedie, facendo spazio per la legna, che qualche volontario va a prendere fuori, sfidando il vento. Al piano di sopra la temperatura sfiora i cinque gradi, esce il vapore dalla bocca, per dormire bisogna farsi delle bottiglie di acqua calda (il gas per fortuna funziona) da mettere ai piedi del letto, e mettersi qualche maglione in più. La sera abbiamo tirato fuori dei giochi di società che avrebbero preso un bel po' di polvere mentre fuori imperversava la bufera di neve, ne cadeva altra sopra quella, ghiacciata, dei giorni precedenti, gli alberi del giardino, che qualcuno prima di noi ha piantato, ed erano gli anni '80, perdono rami, si abbassavano, dichiaravano la loro sconfitta rimanendo come claudicanti e senza forze. E' tutto più lento,quando manca la luce, quando le macchine sono bloccate, devi andare a piedi a comprare pane e latte, torni a casa mezzo sudato, devi mettere ad asciugare la giacca davanti al fuoco e dopo puzzerà un po' di affumicato. Ho pensato ai miei nonni, quando nel paesino in cui vivevano arrivavano le vere bufere di neve,quando rimanere la sera a guardare le fiamme del camino, tra una chiacchiera e un racconto, era la normalità, quando a letto si andava con un contenitore di ferro pieno di pezzi di brace, quella buona (che non faceva più il fumo),quando, al posto dell'acqua, si prendeva un po' di neve fuori e si scioglieva nei pentoloni. Ho pensato a tutto questo e l'ho odiata un po' di meno questa neve.








15 novembre 2011

Della crisi e di altri demoni

Scusate, ma quelli chesi sono dati un bacio in piazza del Quirinale, alla notizia delle dimissioni di Silvio Berlusconi da presidente del Consiglio, credendo di emulare il famoso bacio a Times Square nel 1945, mi hanno messo molta tristezza. E hanno messo molta tristezza, e non solo a me, tutti quelli che si sono riuniti sotto la residenza romana dell'ex premier al grido di "te nevai o no" e altri cori degni di una curva dello Stadio Olimpico. Prima di tutto perché, piaccia o no, Silvio Berlusconi, è stato eletto da più della maggioranza degli italiani tre anni e mezzo fa. Legge elettorale sbagliata o no, il nome di Berlusconi, insieme a quello dell'allora sfidante WalterVeltroni e degli altri leader di partito, è stato quello su cui gli elettori hanno messo una bella croce, e sono stati di più, di più ad esempio di quelli della tornata elettorale del 2006, quando il divario tra Prodi e Berlusconi fu minimo.

Ora, si può essere delusi da un governo, ci si può sentire traditi, si può recriminare che non sia stato rispettato il programma, si possono anche tirare in ballo gli scenari internazionali, accusando chi è stato al potere di non aver avuto il timone saldo nelle proprie mani, di essersi lasciato sfuggire il governo della nave proprio nel momento clou, di non aver dimostrato la necessaria credibilità in un momento così delicato. Critiche legittime. Se sono tutte vere lo si capirà tra un po' di tempo, quando qualcuno si degnerà di spiegarci bene come mai l'Europa si muove all'unisono solo quando si tratta di criticare e mai quando c'è da costruire. O meglio, quando c'è da costruire e ci sono in gioco interessi concreti, nasce sempre un asse Parigi-Berlino e simili. Rimane il fatto che, se qualcuno ha avuto da ridire sull'attuale legge elettorale, perché non permette ai cittadini di scegliere i parlamentari che possano rappresentarli decentemente in Parlamento, allora non si capisce com esi possa accettare un governo che non rappresenta proprio nessuno e che al massimo è figlio di un grande fallimento. I governi di solidarietà nazionale, gli esecutivi tecnici o di transizione e tutto quello che di più tragico vi si può aggiungere, sono stati spesso anche quelli che hanno preceduto una dittatura. E non è un'esagerazione. La resa della politica dinnanzi ad una crisi di peso internazionale è il venir meno di ogni fondamento alla base della vita democratica dei paesi cosiddetti occidentali. E' il fallimento di tutti.

Nel 1929, di fronte alla prima crisi causata dalla speculazione borsistica, il presidente in carica, il repubblicano Herbert Hoover, non si dimise ma cercò di tamponare quella che sembrava una vera catastrofe per il paese più ricco del mondo, con dei provvedimenti lampo, anche molto duri. Nel 1932 (ben tre anni dopo), il popolo americano giudicò tali provvedimenti per quello che si erano dimostrati: totalmente inefficaci. Franklin Delano Roosvelt fu eletto presidente degli Stati Uniti, e fu eletto con una maggioranza schiacciante proprio contro Hoover, che i più hanno ormai dimenticato, associandolo al totale fallimento. Ve lo immaginate un tecnico alla guida degli USA dopo il più grande crack della storia, a pochi mesi da quel famoso "giovedì nero"? In Italia invece va così. Berlusconi si dimette con lo spread a quota 575, la parola default sulla bocca di tutti, l'incubo Grecia che aleggia. E mentre il premier in pectore, Mario Monti, si consulta con tutti (ma proprio tutti) i partiti per la formazione del nuovo governo, a Piazza Affari è tornato il segno meno, lo spread è di nuovo altissimo e ha perso terreno dopo quello che a molti era apparso un netto e inesorabile recupero dovuto alle dimissioni di Berlusconi. La differenza di rendimento tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi è di fatto ciò che sta governando la politica italiana, e, in forma minore, anche quella europea. Una massa di speculatori? Poteri forti che operano sotto copertura? Dietrologi e benaltristi si divertiranno a cercare di capire chi muove i fili del mercato finanziario, dove si nasconde di tutto, dove spesso "i titoli spazzatura" sono camuffati in pacchetti di titoli buoni, dove un presunto investimento diventa in pochi minuti una vera e propria scommessa sul fallimento di un'impresa, o peggio, di un paese. Alla faccia dello sviluppo. Alla faccia della democrazia. Alla faccia dell'odierna classe politica, che ha perso un'altra occasione per riscattare il blando contributo che ha dato al Paese negli ultimi anni. Vorrei andare ad intervistare quei due che si sono baciati davanti al Quirinale sabato scorso, e li vorrei intervistare il giorno in cui il nuovo governo Monti annuncerà la stretta sulle pensioni, il ritorno dell'ICI o qualche altra bella misura impopolare di cui tanto, quando andremo alle elezioni (e si spera il prima possibile), nessuno se ne assumerà la responsabilità (politica). 

18 febbraio 2011

l'89 arabo




Le notizie che arrivano dal Nord Africa e dal Medio Oriente, nel nostro immobile mondo occidentale, hanno provocato un brivido di scuotimento. Il ricordo è andato a più di vent'anni fa, al crollo del Muro di Berlino, alla fine della guerra fredda e alle nuove democrazie fiorite nei paesi al di là della cortina di ferro. Le piazze di Tunisi, di El Cairo, di Teheran, qualcuno vorrebbe paragonarle a quei giorni del novembre 1989 quando il mondo poté assistere in diretta alla fine della Guerra Fredda. Non credo ci possa essere alcuna somiglianza tra quei giorni e le rivolte nei paesi arabi. Primo, lì non ci furono morti, l'Unione Sovietica era davanti al baratro, la DDR anche. Qui di morti ce ne sono a centinaia, ma se ne parla poco, ed in molti casi i regimi (vedi Yemen e Libia) godono dell'appoggio militare e di cospicui fondi internazionali. Secondo, qui non c'è nessuna superpotenza in grado di raccogliere piccoli regimi sotto il suo ombrello come lo era l'URSS, ma ci sono tanti stati, ognuno con caratteristiche diverse, con retroterra culturali diversi, con economie diverse, e con visioni diverse della società (l'Iran su tutti). Terzo, la velocità è un fattore preponderante. Nel giro di pochi giorni il Muro crollò, furono aperti i confini. Qui le rivolte rischiano di trasformarsi in lunghe intifade, l'esempio di Tunisia ed Egitto non è servito solo a risvegliare le popolazioni (che sono in maggioranza giovani) ma a mettere sull'allerta gli uomini che siedono al potere e che, è sicuro, non molleranno tanto facilmente. Nello Yemen la piazza centrale, Tahir di Sana'a (si chiama come quella del Cairo), è stata occupata preventivamente dalle forze controrivoluzionarie (persone assoldate dal regime che a pagamento, in un paese dove la disoccupazione tocca quota 40%, vanno a prendere, nel migliore dei casi, a bastonate i loro simili). Nel Bahrein, dove piazza delle Perle ha fatto in tempo a trasformarsi in un accampamento, arrivano notizie di manifestanti giustiziati a freddo dalla polizia (che in questo caso è intervenuta a fianco del regime). Attenti dunque a non generalizzare, consci di una cosa, ed è forse il motivo più antropologico. Nell'89 i paesi dell'est guardavano ai modelli dei paesi dell'ovest, che pur con tutti i loro difetti, erano già democrazie avanzate. Nei paesi della rivolta si sa chi si vuole destituire ma non si sa quale sarà l'approdo. Regimi militari? Ayatollah come guide supreme del paese? O le tanto agognate libere elezioni democratiche? Questa confusione all'orizzonte ci fa riflettere sul perché Stati Uniti ed Europa siano stati così "cauti" nel passato nel trattare con certi personaggi. (A proposito, in Tunisia, i giornali ne hanno parlato poco, fondamentalisti islamici hanno cercato di incendiare una strada frequentata da prostitute nel centro di Tunisi, prima di essere dispersi dalle forze dell'ordine che avevano dispiegato degli elicotteri nella zona).
 


9 febbraio 2011

Un anno fa...

Non so pregare bene, mi riesce meglio scriverti, Dio. Questo è il buio in cui all'inizio non si riesce a vedere, si spegne tutto, all'improvviso. Poi gli occhi si abituano, entrano nel mondo dei vivi, il mondo scoperto, dove un piccolo movimento vuol dire cambiare per sempre. Qui abita anche l'amore, abitano le parole che milioni di persone ogni giorno pronunciano con in mezzo il tuo nome, qui abita la fede, quella dei bambini che senza farsi troppi domande ti chiedono un miracolo. Io che a malapena dico le mie preghiere di mattina e sera, che m'arrabbio, certe volte anche con Te, perché è lontano il senso che cerco, io che m'inginocchio a domandarti di cacciare via l'incredulità dai miei occhi, i pensieri inutili dalla mia bocca, le azioni sbagliate dalle mie mani. Solo così posso dirti di salvarlo,che lui non c'entra niente, lui è puro, è forte, anche lui è un bambino che davanti a te chiede un miracolo come si chiede una caramella.

Le voci della terapia intensiva non l'ho inventate io, neanche la ragazza bionda che continua a mangiarsi le unghie, coi camici verdi passano in continuazione, guanti di lattice per non far passare i virus, occhi che cercano di guardarlo dal piccolo vetro sulla porta, lettighe in fila con cavi che non sappiamo dove vanno a finire, medici con occhiali spessi da cui si aspettano poche parole come oracoli, che gli stranieri non capiranno, meglio così, bisognerà dirgli la verità, e molto in fretta. Chi crede che non finirà mai lì dentro alzi la mano, reparto sotterraneo di terapia intensiva, troppi fili, troppe macchine che segnano il suono regolare del cuore, il respiro sempre uguale, un'infermiera che viene a cambiarti dosaggio, sull'altro lettino c'è uno sconosciuto senza parenti, ha una moglie che lo odia là fuori, insieme a chi l'ha ridotto così a forza di sprangate. Vetri trasparenti, gli stessi del reparto pediatria, i volti di chi guarda cambiano, le mani di chi ti accarezza non per caso. Quando dal pronto soccorso senti che c'èqualcuno più incasinato di te, eppure tace, sono i medici intorno a lui che riflettono tensione, nervosismo, paura di sbagliare. Lui che non vedrà nulla di tutto questo, non potrà raccontarti nulla, lui non parlerà ma come tutti gli altri prenderà il suo posto ordinato, dietro al vetro di una stanza, immerso tra i tubi bianchi dell'ossigenatore e quelli trasparenti dell'aflebo. Ventiquattro ore e poi ciao, se qualcuno nel mentre è già sceso nel buio del coma, se l’ascensore largo cinque metri per quattro sta percorrendo la via al contrario verso il basso, io vado al decimo piano, risalendo l'orrenda sensazione di non risorgere, con il corpo che lentamente vorrebbe tacere, non rispondere ai richiami insistenti della mente. Ho il cuore sempre vigile, fisso sugli ottanta come in autostrada, ho una ventilazione polmonare fatta di montagne che salgono e scendono come sismografi brontoloni. Che non mi sarei mosso da questa lettiga bianca, da questo monitor insistente, la mattina dell'operazione avrei fumato un'altra sigaretta, nessun sole, nessuna luce sotterranea dopo l'ascensore, prima di cadere nel dimenticatoio, prima di sconnettermi per un giorno intero dai miei pensieri monotoni. E' solo una promessa


Prego,non faccio altro, prego l'unico che può fare qualcosa, ora, in questo momento di terrore. C'è lui sotto i ferri, uno dei sette, lui che è nato prima, già fragile, divisione gemellare con sua sorella che non camminerà mai. Più forte per questo, pronto a rialzarsi, a crescere nonostante tutto, a trovare coraggio per due, più fragile io che l'ho messo al mondo, che avrò la faccia bianca pallida una volta che l'avrò visto uscire da quella sala chiusa da stamattina all’alba. Le mani ferme di un uomo, il cervello fresco di un computer, l'aria gelida per uccidere i germi, il suono monotono che segue il suo corpo lungo: una linea rossa. Chi pulirà il sangue. Chi richiuderà la testa, il centro del mondo, l'anima che gli antichi studiarono senza immaginare quali poteri potesse avere, che passeggia spesso tra le masse grigie, lì dove ora c'è un punto più grigio che chiamano tumore. Prego i santi e gli angeli del paradiso cercando di capire il prima possibile che dovrebbe essere quello il nostro posto e non il sotterraneo di questo policlinico, ma poi tu sei morto su una croce, hai sofferto come e più dei milioni di pazienti che hanno attraversato queste corsie durante tutto un secolo, hai portato con Te il tuo il corpo martoriato dagli anni della vita sulla terra, il senso a quest’oscurità illuminata dai passi veloci di chi dedicala vita al prossimo, senza conoscerlo o sapere se gli vorrà bene un giorno, se spenderà un pensiero sulla persona che l’ha salvato con tanto affanno. Invece ci mettiamo a piangere, invocando su di noi il tuo silenzio, l’unico spazio libero dall’inutilità che cicirconda, l’unico spazio dove non dovrebbe entrare nient’altro che il tuo spirito, a rinfrancarci, a sorreggerci, a farci stringere il cuore come quando siamo innamorati.

La mattina un cafè, una spremuta d'arancia, poche fette biscottate con marmellata di mirtilli, per la vista. L'ospedale è a dieci minuti, li faccio volentieri a piedi, aiuta la mente a liberarsi dei sogni della notte, a riorganizzare il lavoro. Respiro. Il cuore si tranquillizza, l'operazione di oggi non è più difficile delle altre seimila operazioni che ho fatto in questi quarant'anni: un glioma sul lobo frontale sinistro, probabilmente di bassa gradazione, quattro crisi epilettiche prima del ricovero, arti motori sul lato destro potrebbero rimanere lesi, ma poi c'è la fisioterapia e il paziente ha venticinque anni, a quell'età si recupera in fretta, ne ho visti saltare fuori dal letto dopo pochi giorni. Ho visto anche le macchine smettere di funzionare, l'ingranaggio perfetto improvvisamente fermarsi come un’automobile dalla batteria scarica che dopo una discesa perde lentamente la luce dei fari. Non credere all'esistenza dell'anima, in quei momenti, è inumano. Anni fa i miei colleghi bestemmiavano, togliendosi i guanti sporchi di sangue gridavano a Dio perché non li avesse aiutati a salvare anche quel disperato, gli urlavano perché lui no e quello del giorno prima sì. Nel cestino c’era la violenza con cui si erano ribellati, il rumore degli elastici tirati con rabbia dalle mascherine, come una disfatta. Poi dicono che è stata anche colpa mia, dei miei occhi lucidi quando un altro quindicenne lanciato in terra da un motorino, arrivava qui col casco spaccato, addormentato qui, senza salutare più nessuno dei parenti in sala d’attesa, tutti a testa bassa, tutti a ricordarsi di un grande spirito a cui presentare l’anima, e sottovoce chiedergli se per caso non s’è sbagliato, che questo ancora non è il momento buono per portarselo su. Ci sono stato costretto, ero diffidente, cinico, distaccato. Te lo insegnano all’università quei professori senza occhiali e tutti i capelli bianchi che ora ho anch’io. Ma poi titrovi lì, con una testa aperta, un cervello da regolare, il paziente con un tubo trasparente che respira al posto suo. Gli occhi che viaggiano come nei peggiori incubi. Un giorno, un giudice con quarant’anni di servizio, ha voluto essere operato da sveglio. Dopo pochi minuti delirava sull’innocenza presunta, i colpevoli liberati, gli omicidi senza patria né galera e nessuna sentenza in grado di placare il loro senso di colpa, i suicidi dei carcerati negli anni della giovinezza sbattuti dentro senza troppi scrupoli: erano figli di nessuno. Il giudice s’è salvato, ma non lavora più. Ha gridato prima che l’addormentassimo, ha chiesto di non impazzire. E qualcuno deve avergli dato retta.

Al settimo richiamo il cuore va su, la macchina sembra improvvisamente svegliarsi, i battiti salgono perché da lì sente le voci, ci ascolta, mentre il liquido bianco dell'anestetico continua a scivolare via. Gli stiamo parlando, per dirgli di non mollare, per capire se a quella parte che gli hanno asportato corrisponda qualcosache non ci verrà più restituito. Domande che nessuno ha il coraggiodi gridare, dubbi furibondi all’attacco di territori inesplorati della paura, dell’angoscia di camminare vicino all’abisso, solo tu Dio stai ascoltando che farfugliamento di promesse che non manterremo siamo capaci di inventarci, solo tu sei in grado dicrederci, ed è forse per questo che ci perdoni: la buona fede della nostra disperazione.

Piano meno due, strisce colorate di nero e di giallo come se ci fosse materiale radioattivo, porte da cui esci ma in cui non puoi entrare, fretta nelle maschere sul viso, fretta nei guanti di lattice, fretta nelle ruote delle barelle, nei fili trasparenti d'acqua e minerali, nelle scatole frigo con dentro chissà cosa. Piange una donna con la sua famiglia, con il marito e il fratello, sono arabi, anche i figli. Ma piange solo lei, e i bambini hanno gli occhi lucidi, ma non possono piangere perché nessuno può, solo la madre. Tempo infinito che qui improvvisamente è uguale a zero, telefonate con la gola asciutta, le orecchie stanche, un tono di voce sopra la media. Dottori sconosciuti che ameresti se solo ti dicessero qualcosa in più, cartelle sconosciute che non riesci a leggere eppure parlano di te, del tuo male. Distanza chilometrica dalla città che fuori è freddo l'inverno, incessante il rumore di macchine impazzite che nulla riuscirà a fermarle, solo il blu intermittente dell'ambulanza che finirà scaraventata in questo sotterraneo. Lì fuori non c'è spazio per niente, lì fuori hanno detto "divieto di fermata" ad un ragazzo che voleva solo acqua da bere, lì fuori hanno sfigurato il volto di questo straniero che nessuno conosce, solo una moglie dimenticata che non ha smesso di odiarlo. Non avrà un fratello lì vicino a dirgli di combattere, a dirgli di resistere, a scrutare preoccupato ogni variazione di battito. Morirà. Pestato di botte con un pezzo di ferro strappato ad una ringhiera di periferia, con gli occhi neri, per notti senza un minuto di sonno, braccato come una preda, col fiato corto, le pupille piene d'alchol e droga. Mio fratello vivrà, invece. E' talmente forte che si alzerebbe già in piedi se non fosse per il gas che gli gira ancora in corpo, i litri di anestetico che continuano a sparargli, ma il cuore è lì, l'occhio sfondato dove il sangue s'è andato a raggrumare è vivo, il tubo grande e trasparente che occupa metà bocca segue ligio il flusso del suo fiato. Respira. Le finestre socchiuse vicino alle caldaie, macchine che qui fuori continuano ad uscire, entra un'ambulanza, ma ormai l’unico rumore che conta è il suo respiro.

Il cuore lo sa, regge un intero destino, negli avi e nei nipoti a venire, si addossa sulle spalle il peso di altre sofferenze che poi diventano tue. Un genitore è capace di rimanere sveglio per notti intere senza mai parlare, bevendo qualche bicchiere d’acqua, tè con limone, mangiando uno yogurt e leggendo la bibbia all’alba, facendosi una comunione al giorno, che è quello l’unico cibo che ha fatto campare sconosciuti negli eremi di mezzo mondo, per ricordarci dei quaranta giorni di fame di nostro Signore, con il diavolo come unico compagno. Non sono mancanza di fiducia né disperazione i miei lamenti, ma paura di dover soffrire più del sopportabile, paura di dover rimanere qui inginocchiato, senza il coraggio d’alzarmi a controllare quanto è cambiato tutto. Ma tu penseresti mai di darci qualcosa che non possiamo sopportare, Dio? Ora venitemi a raccontare di quando vi accompagnavo a scuola, delle camminate con il freddo glaciale delle sette di mattina, dell’autobus arancione, biglietti andata e ritorno da cinquecento lire, di merende preparate in serie, fette di pane e marmellata con burro se non c’era più nulla. Una fotografia del mare, la piscina blu gonfiabile, le spalle ancora strette, i calzoncini corti che giravano anni prima di sparire dall’armadio comune, la macchina con le vecchie musicassette, sulle spalle le cartelle quadrate, passate di moda già da qualche anno, con i compiti in un unico tavolo al centro del salone, con il chiasso prima di dormire sui letti a castello, la luce sospesa del corridoio, nei passi silenziosi per andare in bagno. Vasini di pipì su cui inciampare, se nelle notti di pioggia un grido s’alzava, erano altre cinque voci a chiedersi stupite il perché. Ora tutto è qui, i giri col pulmino rosso, gli anni già fuori quando è ancora buia la mattina e vorresti solo un cafè caldo, una coperta calda, un fuoco acceso al posto del ghiaccio da sbrinare sul vetro, con mani e alchol poco funzionanti. E’ tutto qui, tutto sopra una stupida macchia nera comparsa all’improvviso mentre dormivamo, tutto nelle mani che non tremano, negli occhi perfettamente lucidi, nella mente libera da insicurezze. Libera da dubbi. Sull’altare di questa piccola chiesa, in mezzo ad un gigantesco ospedale, sopra la città più affollata d’Italia,dietro milioni di abitanti che brulicano sulle strade, tra migliaia d’altri paesi frenetici consumatori della nostra atmosfera, nel tuo grande, infinito universo.







permalink | inviato da lucarossi il 9/2/2011 alle 17:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

12 luglio 2010

signora mia, che caldo!

 

Oggi Roma è un vero phon. Uscire dalla redazione (piazza Venezia) per andare a prendere un cafè alla Tazza d'oro (Pantheon) ci è costato tanta fatica e tanti sali minerali. Io non mi lamento, per carità, meglio il caldo che il freddo, per me. Però, chiacchierando per la strada con Marco Esposito, abbiamo fatto per un attimo mente locale, che in fondo fino a 15 anni fa i condizionatori non ce l'aveva quasi nessuno, e allora? Come si faceva negli uffici, a casa? E durante le mastodontiche traversate in macchina (per lo più verso il sud) per andare in vacanza o a trovare i parenti, tutti insieme, tutti stretti, senza aria condizionata? Niente, si sudava e basta (sudare, sembra strano, fa bene). Al massimo ci si cambiava dopo una doccia. Mia nonna chiudeva tutte le serrande, sui lati colpiti dal sole, e l'appartamento sembrava ancora più silenzioso.

12 luglio 2010

furie rosse

Onore alla Spagna che ieri, per la prima volta (e vorrà dire qualcosa), è salita sul tetto del mondo, alla sua prima finale (e anche questo vorrà dire qualcosa). Il mondiale si è confermato quello che già appariva dai primi turni: uno dei più brutti, con tante papere (ieri per fortuna non ce ne sono state) ma soprattutto tanti errori arbitrali. Ieri, l'arbitro Webb, forse in debito d'ossigeno, non ha visto la deviazione sull'ultima punizione di Sneijder che avrebbe dato il calcio d'angolo all'Olanda, invece del rinvio di Casillas da cui poi è scaturito il gol partita. Rammarico per l'Italia, che se avesse avuto qualche elemento in più, visto il livello della partita di ieri, ma anche di molti altri scontri della fase eliminatoria, sarebbe arrivata molto più in là, peccato che noi lasciamo sempre i fuoriclasse a casa, mentre gli altri se li portano proprio tutti, anche a costo di tenerli in panchina per la maggior parte del torneo (vedi Fabregas, che poi è entrato ed ha fatto l'assist decisivo). Un'altra annotazione: tutti i giocatori della Spagna sono spagnoli (e credo anche che siano quasi tutti olandesi gli oranges), nessun naturalizzato tipo la tanto osannata Germania, ma tutti gioiellini cresciuti nelle "canteras". Nessun fraintendimento, Balotelli è italiano come lo sono io, rappresenta anche una nuova generazione di italiani, Amauri no, è nato, cresciuto e vissuto in Brasile, dove non giocherà mai perchè platealmente al di sotto degli standard dei suoi attaccanti (se era difensore magari ce la faceva ad occupare la panchina).

 

7 luglio 2010

gufi e allodole

... In sostanza per capire se vi ritaglierete un ruolo in società basta una domanda: siete allodole o gufi? «Se si parla di affermazione professionale i morning-people hanno carte migliori. Sono iperattivi, in grado di anticipare i problemi e di minimizzarli. Saranno loro a fare carriere più brillanti e a guadagnare di più»... ...Si è gufi tra i 13 e i 30 anni, ci si divide a metà tra i 30 e i 50, si è tendenzialmente allodole dopo i 60. «Non è questione di quanto si dorme, ma di quando. Ad essere decisivo è il timing. Chi è in grado di sfruttare subito la luce del sole vince, anche se va detto che i gufi hanno altre qualità». Quali? «Sono più creativi e hanno un senso dell’umorismo decisamente più spiccato». Per loro è come se verso il tramonto suoni di campane e melodie di mandolini annunciassero la primavera del cervello negli eterni passi della vita. Si rianimano e inventano il domani guardando le allodole che stanche e vincenti tornano verso casa. Guadagnano meno, forse, ma si divertono moltissimo. (Andrea Malaguti da La Stampa di oggi)

Intervista molto divertente del corrispondente de La Stampa da Londra ad un professore tedesco, tale Cristoph Randler, che parla del suo ultimo studio. Pare che tutti i grandi della storia si alzassero presto, che lo facciano anche i capi di stato odierni, per una corrispondenza, a quanto pare perfetta, tra le ore lavorative e la luce del sole. La notte però, ispira le creazioni migliori.

5 luglio 2010

sudamericane

Hugo Chavez aveva parlato di strapotere delle sudamericane in questo mondiale e di fine del calcio europeo. Ora anche Fidel Castro dice che se non ci sarà una sudamericana in finale, sarà il più brutto mondiale della storia. Bene, altro motivo in più per essere felici che ancora una volta è il calcio europeo a dominare il mondiale (che effettivamente non mi ha entusiasmato), e chiaramente, motivo in più per tifare contro l'Uruguay (con tutta la simpatia che ho per Muslera)

28 giugno 2010

Gli Swacth, Taricone, Obama e una statua di Nerone

E' morto il padre degli orologi Swatch, Nicolas Hayek, e come una leggenda che si rispetti, è morto mentre lavorava al progetto di un altro dei suoi coloratissimi segnatempo. Dal 1983, anno di nascita della sua azienda, sono stati venduti ben 300 milioni di Swatch in tutto il mondo. Mi dispiace che Taricone, l'eroe del primo Grande Fratello (l'unico che mi ha suscitato qualche interesse) sia in gravissime condizione, dopo un volo andato male con il paracadute, speriamo si salvi. Barack Obama che spegne il mondo (virtuale) con un pulsante è un po' come Bush che, secondo alcuni, aveva un pulsante nascosto sotto la scrivania per lanciare missili... insomma: non vi stupite, l'America è sempre l'America, la grandezza (e la megalomania) si vede anche da questi particolari. E poi, a proposito di grandezza, una statua all'imperatore Nerone in quel di Anzio, sua città natale, oggi  meta vacanziera del litorale romano, famosa per lo sbarco degli Alleati. Probabilmente l'unica al mondo per un imperatore considerato, secondo i suoi concittadini a torto, come uno dei più feroci persecutori dei cristiani, nonchè pazzoide suonatore di lira, con alle sue spalle la città (o meglio, la suburra) in fiamme.

 

25 giugno 2010

che tristezza

Devo essere sincero: io ci avevo creduto. Un po' meno dopo la Nuova Zelanda, certo, però l'Italia ha sempre una soglia psicologica da superare, dopo la quale sembra improvvisamente diventare una vera squadra. Come i mondiali più sfortunati (ho nella mente quello in Corea) non c'è stato nessuno sblocco, i giocatori sono apparsi fermi sulle gambe, senza alcuna personalità, e questo, mi dispiace caro Lippi, sta soprattutto nelle scelte del Ct. Certo, il calcio italiano andrà pure cambiato, ci sarà un motivo per cui non c'era nessun giocatore della vincitrice delle scudetto, e solo uno della seconda classificata, però, forse uno sforzo si poteva fare, forse Balotelli, Cassano, ma anche Totti, un po' di carattere a questa squadra gliel'avrebbero dato. E si è vista la differenza quando è entrato l'unico giocatore dotato tecnicamente (Pirlo) e quello un po' più spavaldo (Quagliarella)...a volte contano i singoli: se non ci fosse stato Baggio nei mondiali del '94, nessuno si ricorderebbe che quell'Italia ha perso una finale ai rigori con il Brasile di Romario e Bebeto, perchè in finale non ci saremmo mai andati.

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