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Diario
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15 novembre 2011

Della crisi e di altri demoni

Scusate, ma quelli chesi sono dati un bacio in piazza del Quirinale, alla notizia delle dimissioni di Silvio Berlusconi da presidente del Consiglio, credendo di emulare il famoso bacio a Times Square nel 1945, mi hanno messo molta tristezza. E hanno messo molta tristezza, e non solo a me, tutti quelli che si sono riuniti sotto la residenza romana dell'ex premier al grido di "te nevai o no" e altri cori degni di una curva dello Stadio Olimpico. Prima di tutto perché, piaccia o no, Silvio Berlusconi, è stato eletto da più della maggioranza degli italiani tre anni e mezzo fa. Legge elettorale sbagliata o no, il nome di Berlusconi, insieme a quello dell'allora sfidante WalterVeltroni e degli altri leader di partito, è stato quello su cui gli elettori hanno messo una bella croce, e sono stati di più, di più ad esempio di quelli della tornata elettorale del 2006, quando il divario tra Prodi e Berlusconi fu minimo.

Ora, si può essere delusi da un governo, ci si può sentire traditi, si può recriminare che non sia stato rispettato il programma, si possono anche tirare in ballo gli scenari internazionali, accusando chi è stato al potere di non aver avuto il timone saldo nelle proprie mani, di essersi lasciato sfuggire il governo della nave proprio nel momento clou, di non aver dimostrato la necessaria credibilità in un momento così delicato. Critiche legittime. Se sono tutte vere lo si capirà tra un po' di tempo, quando qualcuno si degnerà di spiegarci bene come mai l'Europa si muove all'unisono solo quando si tratta di criticare e mai quando c'è da costruire. O meglio, quando c'è da costruire e ci sono in gioco interessi concreti, nasce sempre un asse Parigi-Berlino e simili. Rimane il fatto che, se qualcuno ha avuto da ridire sull'attuale legge elettorale, perché non permette ai cittadini di scegliere i parlamentari che possano rappresentarli decentemente in Parlamento, allora non si capisce com esi possa accettare un governo che non rappresenta proprio nessuno e che al massimo è figlio di un grande fallimento. I governi di solidarietà nazionale, gli esecutivi tecnici o di transizione e tutto quello che di più tragico vi si può aggiungere, sono stati spesso anche quelli che hanno preceduto una dittatura. E non è un'esagerazione. La resa della politica dinnanzi ad una crisi di peso internazionale è il venir meno di ogni fondamento alla base della vita democratica dei paesi cosiddetti occidentali. E' il fallimento di tutti.

Nel 1929, di fronte alla prima crisi causata dalla speculazione borsistica, il presidente in carica, il repubblicano Herbert Hoover, non si dimise ma cercò di tamponare quella che sembrava una vera catastrofe per il paese più ricco del mondo, con dei provvedimenti lampo, anche molto duri. Nel 1932 (ben tre anni dopo), il popolo americano giudicò tali provvedimenti per quello che si erano dimostrati: totalmente inefficaci. Franklin Delano Roosvelt fu eletto presidente degli Stati Uniti, e fu eletto con una maggioranza schiacciante proprio contro Hoover, che i più hanno ormai dimenticato, associandolo al totale fallimento. Ve lo immaginate un tecnico alla guida degli USA dopo il più grande crack della storia, a pochi mesi da quel famoso "giovedì nero"? In Italia invece va così. Berlusconi si dimette con lo spread a quota 575, la parola default sulla bocca di tutti, l'incubo Grecia che aleggia. E mentre il premier in pectore, Mario Monti, si consulta con tutti (ma proprio tutti) i partiti per la formazione del nuovo governo, a Piazza Affari è tornato il segno meno, lo spread è di nuovo altissimo e ha perso terreno dopo quello che a molti era apparso un netto e inesorabile recupero dovuto alle dimissioni di Berlusconi. La differenza di rendimento tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi è di fatto ciò che sta governando la politica italiana, e, in forma minore, anche quella europea. Una massa di speculatori? Poteri forti che operano sotto copertura? Dietrologi e benaltristi si divertiranno a cercare di capire chi muove i fili del mercato finanziario, dove si nasconde di tutto, dove spesso "i titoli spazzatura" sono camuffati in pacchetti di titoli buoni, dove un presunto investimento diventa in pochi minuti una vera e propria scommessa sul fallimento di un'impresa, o peggio, di un paese. Alla faccia dello sviluppo. Alla faccia della democrazia. Alla faccia dell'odierna classe politica, che ha perso un'altra occasione per riscattare il blando contributo che ha dato al Paese negli ultimi anni. Vorrei andare ad intervistare quei due che si sono baciati davanti al Quirinale sabato scorso, e li vorrei intervistare il giorno in cui il nuovo governo Monti annuncerà la stretta sulle pensioni, il ritorno dell'ICI o qualche altra bella misura impopolare di cui tanto, quando andremo alle elezioni (e si spera il prima possibile), nessuno se ne assumerà la responsabilità (politica). 

31 marzo 2009

post sbornia






Con qualche giorno di ritardo volevo commentare il congresso del Pdl che ho seguito da vicino per tutti e tre i giorni in cui si è svolto. Prima di tutto le masse di gente trascinate lì. E' vero che era tutto pagato, perfino i parlamentari, oltre a non essere obbligati a versare  il famos "obolo", che in genere, ai congressi, i più facoltosi pagano per i delegati semplici, hanno avuto tutto spesato. Però il punto non è lì, il punto è che dopo tre giorni c'era un entusiasmo generale, seimila persone trascinate dal Capo che non si è dovuto neanche sprecare troppo per strappare grandi vagonate di applausi. Ho visto gente che si era intrufolata nel recinto stampa e pur vedendo che nessuno dei giornalisti applaudiva (per dovere di cronaca...anche se a qualcuno qualche applauso è scappato), si spellava per gli applausi, gridava "bravo, bravo!!!" senza alcun pudore. Qualcuno ha detto "poche discussioni", "poca democrazia interna". Eppure non è detto che un partito debba per forza formare la sua classe con delle primarie, o debba discutere fino allo sfinimento per poi trovarsi con un pugno di mosche in mano (con evidenti ripercussioni davanti all'elettorato). C'è un popolo che ama Silvio Berlusconi, il suo modo di far politica, tutti i riti che ormai gli sono stai costruiti intorno. C'è un altro popolo che non lo ama, che non sopporta certe "facilonerie", un certo "modo sbrigativo" di far politica, che però, con la stessa (e forse con più) severità di giudizio, è pronto a dare addosso alla stessa parte politica per cui vota (la sinistra). Il popolo del Pdl ha quello che vuole, quando non ci sarà più Berlusconi se ne ridiscuterà, ma il popolo del PD e la sinistra, hanno quello che vogliono? La classe dirigente ascolta il malessere che viene, prima di tutto, dal suo stesso elettorato. Le europee e le amministrative del 6 e 7 giugno ce lo diranno...

22 marzo 2009

addio alle armi









Ieri sono stato alla Nuova Fiera di Roma a seguire l'ultimo congresso di AN. L'atmosfera era tranquilla, i militanti erano abbastanza felici, molti si interrogavano sulla futura convivenza con quelli di FI, altri già si davano le risposte: "guardate che il 50% di quelli di FI non è per niente moderato!". Molti si sono fermati alla bancarella dei gadget e hanno fatto scorta delle spillette di An (nel caso in cui non si dovessereo più trovare in circolazione), di bandiere del vecchio MSI, qualcuno ha osato comprare anche il cd con i canti dei paracadutisti. Tutto sommato però mi sono sembrati tutti più o meno convinti, anche il tenore degli interventi è stato quello di chi sa di aver contribuito a sdoganare la destra in Italia, di chi è passato dalla discriminazione al governo del Paese. Insomma, c'era l'atmosfera dei vincitori, nonostante il dissenso di una minoranza, che però a nessuno è sembrata fuori luogo, anzi, molti hanno colto l'occasione per affermare la pluralità interna che caratterizza AN (chiaramente in contrapposizione con FI).
Mettendo a paragone il congresso di scioglimento di AN con quelli della Margherita (che ho seguito personalmente) e dei DS, devo dire che ho trovato un linguaggio molto meno politichese negli ex missini, e più diretto ad analizzare subito i punti problematici (rapporti con il Capo, rapporti con la Lega, laicità, funzione di Fini, rappresentatività interna etc.). E' vero che essendo il partito di minoranza all'interno del Pdl, c'era da aspettarselo che avrebbe fatto un po' la voce grossa...staremo a vedere se la grinta con cui hanno iniziato si tradurrà nei fatti quando saranno un unico partito. 
Alcuni stralci del discorso di Fini (anche se ho apprezzato particolarmente quello del ministro Meloni)
                                                     
"Oggi non siamo chiamati a cogliere momento" come avvenne nel '94, quando ''lo spappolamento della prima Repubblica mise finalmente la destra italiana nella condizione di raccogliere consenso", oggi "siamo chiamati a costruire un momento; oggi non prendiamo un'occasione, oggi compiamo una strategia; oggi mettiamo una pietra a decidiamo, noi, coscientemente di farlo, di mettere una pietra in quello che è atto che ha rilevanza non solo per noi, ma per la nostra patria". "Oggi - ha proseguito - ci accingiamo ad un passo non solo solenne e importante per noi, ma per la storia dell'Italia".

e poi il passaggio più importante

Il Pdl - dice ancora Fini - non potrà essere un partito di destra: certi valori di destra dovranno dare il lievito al nuovo partito, saranno un valore aggiunto". "Il Pdl ha un leader che è Berlusconi ed è di tutta evidenza, dopodiché Berlusconi stesso sa perfettamente che una leadership forte e riconosciuta non può in alcun caso essere il culto della personalità". Un conto è essere leader, un conto è pensare che solo il leader può dare contributo di idee, di impegno, di soluzioni politiche, di sintesi

11 marzo 2009

la vecchietta




Lo so che Berlusconi avrebbe dovuto parlare del nuovo partito, a due settimane dal congresso fondativo, lo so che magari poteva dire qualcosa in più sulle misure del governo in materia economica, davanti a tutti i parlamentari di FI e AN riuniti...però quando ha raccontato le sue barzellette io mi sono veramente messo a ridere...

14 febbraio 2009

clemente



«L'alleanza con il Pdl vale per le europee - conferma Mastella. - Dove si andrà a votare per le amministrative, in Campania, faremo una verifica e visto come mi hanno trattato non credo che ci saranno altre alleanze a sinistra». L'ex Guardasigilli replica seccato a chi insinua che il premier, Silvio Berlusconi, abbia in qualche modo saldato il debito con chi, di fatto, ha provocato la caduta di Prodi: «Chi dice questo è un farabutto». Mastella non intende però rivolgere nessun messaggio politico ai suoi ex partner del centrosinistra: «Non ho nulla da dire, a Veltroni o ad altri. Ringrazio invece il gruppo dirigente del Pdl: potevano avere molti motivi per dire no all'intesa, invece ho riscontrato piena sintonia sia dai livelli nazionali che da quelli locali». (dal Corriere.it)

Ritorna Clemente Mastella e fa esattamente quello che tutti avevano sospettatto ma che lui non ha mai confermato, il "salto della quaglia". Non capisco chi voti uno che nella scorsa legislatura non perdeva un'occasione per criticare il Cavaliere ed ora si presenta come suo alleato alle prossime elezioni europee, ma evidentemente qualcuno c'è...

3 febbraio 2009

Kim II Sung

 

Il Cavaliere, monarca assoluto, resta l'unico leader "che si presenta alla sua gente nei teatri circondato dai gorilla con la radiolina all'orecchio". Il partito è poi composto "da una corte osannante", i parlamentari sono "nominati" con criteri che in alcuni casi "provocano imbarazzo o rossore".
(Paolo Guzzanti in un'intervista ad Antonello Caporale, oggi su Repubblica).

L'ennesimo epiteto...

18 novembre 2008

cucù



"Il presidente del Consiglio, nell'accogliere Angela Merkel a piazza dell'Unità d'Italia, si è nascosto dietro uno dei grandi lampioni della storica piazza cittadina. Il cancelliere tedesco, scesa dalla macchina, si è avvicinata verso il picchetto d'onore posizionato davanti al palazzo della Regione dove la attendeva il premier. Ma mentre percorreva la breve distanza che li separava, Berlusconi ha approfittato della presenza di numerose persone della scorta e del cerimoniale per mettersi dietro il lampione. Poi, quando la Merkel ha raggiunto il punto previsto per l'incontro passando proprio accanto al lampione, è sbucato fuori e, secondo alcuni lì vicino, avrebbe detto: «Cu, cu». Il cancelliere, allargando le braccia e con aria divertita, ha risposto: «Silvio»."

Il punto sulla politica italiana: un certo Riccardo Villari (fino a giovedì pressochè sconosciuto ai più), tiene sotto scacco Walter Veltroni e fa riesplodere il problema della leadership, tanto che stamattina il segretario si è recato dal Presidente Napolitano per lamentare la "delegittimazione" che sta mettendo in atto il Pdl, anche se suonava come una ricerca di legittimazione interna. Nel frattempo il premier Silvio Berlusconi continua ad occuparsi di politica estera, nella speranza di arginare la crisi finanziaria. Oggi ha accolto la Merkel, alle prese anche lei con una profonda recessione, e cercando evidentemente di sdrammatizzare, le ha fatto cucù...

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