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Un anno fa...

Non so pregare bene, mi riesce meglio scriverti, Dio. Questo è il buio in cui all'inizio non si riesce a vedere, si spegne tutto, all'improvviso. Poi gli occhi si abituano, entrano nel mondo dei vivi, il mondo scoperto, dove un piccolo movimento vuol dire cambiare per sempre. Qui abita anche l'amore, abitano le parole che milioni di persone ogni giorno pronunciano con in mezzo il tuo nome, qui abita la fede, quella dei bambini che senza farsi troppi domande ti chiedono un miracolo. Io che a malapena dico le mie preghiere di mattina e sera, che m'arrabbio, certe volte anche con Te, perché è lontano il senso che cerco, io che m'inginocchio a domandarti di cacciare via l'incredulità dai miei occhi, i pensieri inutili dalla mia bocca, le azioni sbagliate dalle mie mani. Solo così posso dirti di salvarlo,che lui non c'entra niente, lui è puro, è forte, anche lui è un bambino che davanti a te chiede un miracolo come si chiede una caramella.

Le voci della terapia intensiva non l'ho inventate io, neanche la ragazza bionda che continua a mangiarsi le unghie, coi camici verdi passano in continuazione, guanti di lattice per non far passare i virus, occhi che cercano di guardarlo dal piccolo vetro sulla porta, lettighe in fila con cavi che non sappiamo dove vanno a finire, medici con occhiali spessi da cui si aspettano poche parole come oracoli, che gli stranieri non capiranno, meglio così, bisognerà dirgli la verità, e molto in fretta. Chi crede che non finirà mai lì dentro alzi la mano, reparto sotterraneo di terapia intensiva, troppi fili, troppe macchine che segnano il suono regolare del cuore, il respiro sempre uguale, un'infermiera che viene a cambiarti dosaggio, sull'altro lettino c'è uno sconosciuto senza parenti, ha una moglie che lo odia là fuori, insieme a chi l'ha ridotto così a forza di sprangate. Vetri trasparenti, gli stessi del reparto pediatria, i volti di chi guarda cambiano, le mani di chi ti accarezza non per caso. Quando dal pronto soccorso senti che c'èqualcuno più incasinato di te, eppure tace, sono i medici intorno a lui che riflettono tensione, nervosismo, paura di sbagliare. Lui che non vedrà nulla di tutto questo, non potrà raccontarti nulla, lui non parlerà ma come tutti gli altri prenderà il suo posto ordinato, dietro al vetro di una stanza, immerso tra i tubi bianchi dell'ossigenatore e quelli trasparenti dell'aflebo. Ventiquattro ore e poi ciao, se qualcuno nel mentre è già sceso nel buio del coma, se l’ascensore largo cinque metri per quattro sta percorrendo la via al contrario verso il basso, io vado al decimo piano, risalendo l'orrenda sensazione di non risorgere, con il corpo che lentamente vorrebbe tacere, non rispondere ai richiami insistenti della mente. Ho il cuore sempre vigile, fisso sugli ottanta come in autostrada, ho una ventilazione polmonare fatta di montagne che salgono e scendono come sismografi brontoloni. Che non mi sarei mosso da questa lettiga bianca, da questo monitor insistente, la mattina dell'operazione avrei fumato un'altra sigaretta, nessun sole, nessuna luce sotterranea dopo l'ascensore, prima di cadere nel dimenticatoio, prima di sconnettermi per un giorno intero dai miei pensieri monotoni. E' solo una promessa


Prego,non faccio altro, prego l'unico che può fare qualcosa, ora, in questo momento di terrore. C'è lui sotto i ferri, uno dei sette, lui che è nato prima, già fragile, divisione gemellare con sua sorella che non camminerà mai. Più forte per questo, pronto a rialzarsi, a crescere nonostante tutto, a trovare coraggio per due, più fragile io che l'ho messo al mondo, che avrò la faccia bianca pallida una volta che l'avrò visto uscire da quella sala chiusa da stamattina all’alba. Le mani ferme di un uomo, il cervello fresco di un computer, l'aria gelida per uccidere i germi, il suono monotono che segue il suo corpo lungo: una linea rossa. Chi pulirà il sangue. Chi richiuderà la testa, il centro del mondo, l'anima che gli antichi studiarono senza immaginare quali poteri potesse avere, che passeggia spesso tra le masse grigie, lì dove ora c'è un punto più grigio che chiamano tumore. Prego i santi e gli angeli del paradiso cercando di capire il prima possibile che dovrebbe essere quello il nostro posto e non il sotterraneo di questo policlinico, ma poi tu sei morto su una croce, hai sofferto come e più dei milioni di pazienti che hanno attraversato queste corsie durante tutto un secolo, hai portato con Te il tuo il corpo martoriato dagli anni della vita sulla terra, il senso a quest’oscurità illuminata dai passi veloci di chi dedicala vita al prossimo, senza conoscerlo o sapere se gli vorrà bene un giorno, se spenderà un pensiero sulla persona che l’ha salvato con tanto affanno. Invece ci mettiamo a piangere, invocando su di noi il tuo silenzio, l’unico spazio libero dall’inutilità che cicirconda, l’unico spazio dove non dovrebbe entrare nient’altro che il tuo spirito, a rinfrancarci, a sorreggerci, a farci stringere il cuore come quando siamo innamorati.

La mattina un cafè, una spremuta d'arancia, poche fette biscottate con marmellata di mirtilli, per la vista. L'ospedale è a dieci minuti, li faccio volentieri a piedi, aiuta la mente a liberarsi dei sogni della notte, a riorganizzare il lavoro. Respiro. Il cuore si tranquillizza, l'operazione di oggi non è più difficile delle altre seimila operazioni che ho fatto in questi quarant'anni: un glioma sul lobo frontale sinistro, probabilmente di bassa gradazione, quattro crisi epilettiche prima del ricovero, arti motori sul lato destro potrebbero rimanere lesi, ma poi c'è la fisioterapia e il paziente ha venticinque anni, a quell'età si recupera in fretta, ne ho visti saltare fuori dal letto dopo pochi giorni. Ho visto anche le macchine smettere di funzionare, l'ingranaggio perfetto improvvisamente fermarsi come un’automobile dalla batteria scarica che dopo una discesa perde lentamente la luce dei fari. Non credere all'esistenza dell'anima, in quei momenti, è inumano. Anni fa i miei colleghi bestemmiavano, togliendosi i guanti sporchi di sangue gridavano a Dio perché non li avesse aiutati a salvare anche quel disperato, gli urlavano perché lui no e quello del giorno prima sì. Nel cestino c’era la violenza con cui si erano ribellati, il rumore degli elastici tirati con rabbia dalle mascherine, come una disfatta. Poi dicono che è stata anche colpa mia, dei miei occhi lucidi quando un altro quindicenne lanciato in terra da un motorino, arrivava qui col casco spaccato, addormentato qui, senza salutare più nessuno dei parenti in sala d’attesa, tutti a testa bassa, tutti a ricordarsi di un grande spirito a cui presentare l’anima, e sottovoce chiedergli se per caso non s’è sbagliato, che questo ancora non è il momento buono per portarselo su. Ci sono stato costretto, ero diffidente, cinico, distaccato. Te lo insegnano all’università quei professori senza occhiali e tutti i capelli bianchi che ora ho anch’io. Ma poi titrovi lì, con una testa aperta, un cervello da regolare, il paziente con un tubo trasparente che respira al posto suo. Gli occhi che viaggiano come nei peggiori incubi. Un giorno, un giudice con quarant’anni di servizio, ha voluto essere operato da sveglio. Dopo pochi minuti delirava sull’innocenza presunta, i colpevoli liberati, gli omicidi senza patria né galera e nessuna sentenza in grado di placare il loro senso di colpa, i suicidi dei carcerati negli anni della giovinezza sbattuti dentro senza troppi scrupoli: erano figli di nessuno. Il giudice s’è salvato, ma non lavora più. Ha gridato prima che l’addormentassimo, ha chiesto di non impazzire. E qualcuno deve avergli dato retta.

Al settimo richiamo il cuore va su, la macchina sembra improvvisamente svegliarsi, i battiti salgono perché da lì sente le voci, ci ascolta, mentre il liquido bianco dell'anestetico continua a scivolare via. Gli stiamo parlando, per dirgli di non mollare, per capire se a quella parte che gli hanno asportato corrisponda qualcosache non ci verrà più restituito. Domande che nessuno ha il coraggiodi gridare, dubbi furibondi all’attacco di territori inesplorati della paura, dell’angoscia di camminare vicino all’abisso, solo tu Dio stai ascoltando che farfugliamento di promesse che non manterremo siamo capaci di inventarci, solo tu sei in grado dicrederci, ed è forse per questo che ci perdoni: la buona fede della nostra disperazione.

Piano meno due, strisce colorate di nero e di giallo come se ci fosse materiale radioattivo, porte da cui esci ma in cui non puoi entrare, fretta nelle maschere sul viso, fretta nei guanti di lattice, fretta nelle ruote delle barelle, nei fili trasparenti d'acqua e minerali, nelle scatole frigo con dentro chissà cosa. Piange una donna con la sua famiglia, con il marito e il fratello, sono arabi, anche i figli. Ma piange solo lei, e i bambini hanno gli occhi lucidi, ma non possono piangere perché nessuno può, solo la madre. Tempo infinito che qui improvvisamente è uguale a zero, telefonate con la gola asciutta, le orecchie stanche, un tono di voce sopra la media. Dottori sconosciuti che ameresti se solo ti dicessero qualcosa in più, cartelle sconosciute che non riesci a leggere eppure parlano di te, del tuo male. Distanza chilometrica dalla città che fuori è freddo l'inverno, incessante il rumore di macchine impazzite che nulla riuscirà a fermarle, solo il blu intermittente dell'ambulanza che finirà scaraventata in questo sotterraneo. Lì fuori non c'è spazio per niente, lì fuori hanno detto "divieto di fermata" ad un ragazzo che voleva solo acqua da bere, lì fuori hanno sfigurato il volto di questo straniero che nessuno conosce, solo una moglie dimenticata che non ha smesso di odiarlo. Non avrà un fratello lì vicino a dirgli di combattere, a dirgli di resistere, a scrutare preoccupato ogni variazione di battito. Morirà. Pestato di botte con un pezzo di ferro strappato ad una ringhiera di periferia, con gli occhi neri, per notti senza un minuto di sonno, braccato come una preda, col fiato corto, le pupille piene d'alchol e droga. Mio fratello vivrà, invece. E' talmente forte che si alzerebbe già in piedi se non fosse per il gas che gli gira ancora in corpo, i litri di anestetico che continuano a sparargli, ma il cuore è lì, l'occhio sfondato dove il sangue s'è andato a raggrumare è vivo, il tubo grande e trasparente che occupa metà bocca segue ligio il flusso del suo fiato. Respira. Le finestre socchiuse vicino alle caldaie, macchine che qui fuori continuano ad uscire, entra un'ambulanza, ma ormai l’unico rumore che conta è il suo respiro.

Il cuore lo sa, regge un intero destino, negli avi e nei nipoti a venire, si addossa sulle spalle il peso di altre sofferenze che poi diventano tue. Un genitore è capace di rimanere sveglio per notti intere senza mai parlare, bevendo qualche bicchiere d’acqua, tè con limone, mangiando uno yogurt e leggendo la bibbia all’alba, facendosi una comunione al giorno, che è quello l’unico cibo che ha fatto campare sconosciuti negli eremi di mezzo mondo, per ricordarci dei quaranta giorni di fame di nostro Signore, con il diavolo come unico compagno. Non sono mancanza di fiducia né disperazione i miei lamenti, ma paura di dover soffrire più del sopportabile, paura di dover rimanere qui inginocchiato, senza il coraggio d’alzarmi a controllare quanto è cambiato tutto. Ma tu penseresti mai di darci qualcosa che non possiamo sopportare, Dio? Ora venitemi a raccontare di quando vi accompagnavo a scuola, delle camminate con il freddo glaciale delle sette di mattina, dell’autobus arancione, biglietti andata e ritorno da cinquecento lire, di merende preparate in serie, fette di pane e marmellata con burro se non c’era più nulla. Una fotografia del mare, la piscina blu gonfiabile, le spalle ancora strette, i calzoncini corti che giravano anni prima di sparire dall’armadio comune, la macchina con le vecchie musicassette, sulle spalle le cartelle quadrate, passate di moda già da qualche anno, con i compiti in un unico tavolo al centro del salone, con il chiasso prima di dormire sui letti a castello, la luce sospesa del corridoio, nei passi silenziosi per andare in bagno. Vasini di pipì su cui inciampare, se nelle notti di pioggia un grido s’alzava, erano altre cinque voci a chiedersi stupite il perché. Ora tutto è qui, i giri col pulmino rosso, gli anni già fuori quando è ancora buia la mattina e vorresti solo un cafè caldo, una coperta calda, un fuoco acceso al posto del ghiaccio da sbrinare sul vetro, con mani e alchol poco funzionanti. E’ tutto qui, tutto sopra una stupida macchia nera comparsa all’improvviso mentre dormivamo, tutto nelle mani che non tremano, negli occhi perfettamente lucidi, nella mente libera da insicurezze. Libera da dubbi. Sull’altare di questa piccola chiesa, in mezzo ad un gigantesco ospedale, sopra la città più affollata d’Italia,dietro milioni di abitanti che brulicano sulle strade, tra migliaia d’altri paesi frenetici consumatori della nostra atmosfera, nel tuo grande, infinito universo.




Pubblicato il 9/2/2011 alle 17.55 nella rubrica diario.

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